Cina invita Dalai Lama alle Olimpiadi: i cinque cerchi dell’Inferno?

Cina invita Dalai Lama alle Olimpiadi: i cinque cerchi dell’Inferno?

Lo scriveva Dante Alighieri, mica uno qualsiasi. Per lui l’Inferno era diviso in nove cerchi. Il mondo contemporaneo è molto meno pretenzioso e, stanco della sua ripetitività, si accontenta di averne cinque. La rivelazione arriva direttamente dall’agenzia Reuters (mica una qualsiasi), che a sua volta riporta le parole di Khedroob Thondup (mica un nome qualsiasi), membro del Parlamento tibetano in esilio: il Governo cinese sta seriamente pensando di invitare il Dalai Lama alle Olimpiadi.

La mossa di Pechino, che oscilla pericolosamente senza rete di protezione sul filo della spiritualità applicata alla politica che più politica non si può, ha l’obiettivo ufficiale di allentare la tensione internazionale sulla situazione tibetana. Che dire… Nulla. Per questo, cedo la parola a Dante: primo cerchio, il limbo, spiriti privi di fede che non possono gioire della visione di Dio; secondo cerchio, i lussuriosi; terzo cerchio, i golosi; quarto cerchio, gli avari e i prodighi (ovvero i scialacquoni); quinto cerchio, gli iracondi e gli accidiosi.

E pensare che, secondo quanto sostiene Khedroob Thondup, il Dalai Lama potrebbe anche accettare. Già si sono scatenati gli scommettitori. La scommessa più gettonata è che il capo spirituale dei buddisti tibetani sarà invitato nella categoria del tiro al piattello. Ma se si vuole tentare il colpaccio i bookmaker dicono lancio del peso.

Birmania, ciclone Nargis: nella realtà di Rangoon City l’inferno brucia d’acqua

Birmania, ciclone Nargis: nella realtà di Rangoon City l’inferno brucia d’acqua

Facciamo un (video) gioco: facciamo finta che questa non sia la realtà. Facciamo finta che il mondo vero sia un altro, che il dolore sia un altro e che le tragedie siano altre. Facciamo finta che nel nostro (video) gioco esista una città che si chiama Rangoon City, e che il Male in esso Residente rimanga assolutamente virtuale, come nel gioco Resident Evil e la sua reale città Raccoon City.

Facciamo finta che sia solo nella virtualità di Rangoon City che il ciclone Nargis abbia strappato al mondo la vita di 100mila persone, lasciando sul suo cammino tre milioni di senza tetto. Facciamo finta che solo nella virtualità l’inferno di sassi, mattoni, pezzi di ferro, lamiere, alberi tranciati bruci in tonnellate d’acqua che hanno soffocato nel buio e nella disperazione un intero paese.

Facciamo finta che solo nella virtualità i rami strappati si trasformino in frecce e giavellotti acuminati, gli alberi solchino il cielo per catapultarsi su macchine, piccoli negozi e passanti, i muri si sgretolino sotto raffiche di vento a 250 chilometri orari, i lampioni si pieghino come burro, il cemento si spappoli come budino.

Facciamo finta che solo nella virtualità, a cinque giorni dal ciclone, sciami di persone vaghino in un fiume d’acqua illuminati a stento da torce e lampade a olio, e piccoli falò si staglino nelle tenebre come irrisori appigli di speranza. Facciamo finta che solo nella virtualità basti spostarsi di duecento metri dall’Apocalisse per vedere un quartiere di uffici e grandi alberghi completamente illeso, dove il business brilla ancora di luci a festa.

Facciamo finta che solo nella virtualità di Rangoon City l’esercito abbia bloccato gli aiuti dall’esterno per evitare che lo “straniero” contagi i birmani in vista del referendum farsa che dovrebbe traghettare il Paese verso la democrazia. E facciamo finta anche che solo nella virtualità lo stesso esercito abbia ignorato l’avvertimento dell’ufficio meteorologico indiano di tre giorni prima sul ciclone in arrivo, impedendo così di salvare decine di migliaia di vite.

Per favore, facciamo finta.

Dimenticato su un’isola, muore nordcoreano: quando i lavoratori fanno i conti senza Lost

Dimenticato su un’isola, muore nordcoreano: quando i lavoratori fanno i conti senza Lost

Fosse stata la Dharma a combinare questo tragico guaio, molto probabilmente a noi comuni continentali non sarebbe arrivata alcuna notizia. Ma purtroppo nella morte del tecnico nordcoreano sull’isola russa di Sachalin non c’è nulla di patinato o di hollywoodiano. La sceneggiatura qui è reale e suona a lutto. Così, più che alle avventure di Jack, Sawyer e soci, la nostra mente viaggia rapida alle tante notizie di operai che perdono la vita sul posto di lavoro.

I fatti nudi e crudi: lo scorso agosto, una ditta nordcoreana invia due tecnici sull’isola per controllare lo stato dei macchinari del centro di lavorazione del legname nel periodo in cui non ci sono operai, lasciando loro solo una scorta minima di cibo e nessun mezzo di trasporto o comunicazione. Fin qui tutto (quasi) normale. Peccato che la ditta si dimentichi completamente dei due, che sono lasciati in balia della fame. Uno muore, l’altro si salva per poco.

Conclusioni? Mai come per questa vicenda raccapricciante qualsiasi parola risulta inutile. La sensazione, però, è che a fare i conti senza Lost rimarranno solo i due lavoratori, perché di conti la ditta nordcoreana finirà per non pagarne alcuno. Si accettano scommesse.